Nel lavoro clinico fermarsi non vuol dire soltanto chiudere il computer o bloccare l'agenda: è preparare il paziente al momento della pausa  e aiutarlo a riconoscerla come parte del processo terapeutico.

 

Prima di partire, una psicologa o uno psicologo non lascia soltanto una stanza vuota. Lascia appuntamenti sospesi, parole dette prima del commiato, pazienti che reagiscono alla distanza in modi molto diversi: c'è chi la minimizza con un “tanto ci vediamo a settembre”, chi anticipa la separazione, chi porta con sé una domanda che fatica a dirsi ad alta voce. Molto spesso quella domanda riguarda anche chi cura: posso davvero fermarmi?

 

Nel nostro lavoro, la pausa è uno spazio necessario per custodire le condizioni perché quella cura resti viva, presente e sostenibile nel tempo. 

 

Questo numero vuole guardare alla pausa estiva come a un passaggio professionale con la leggerezza che l'estate concede e l'attenzione che il lavoro clinico non smette di chiedere.

 

Orizzonti

Uno sguardo dall'alto, con i piedi per terra.

Da collega, prima ancora che da CEO

Ci penso ogni anno, quando arriva agosto: fermarsi, nel nostro lavoro, è una delle cose più difficili da concedersi. Siamo abituati a stare dalla parte di chi tiene, di chi resta, di chi c'è, e l'idea di chiudere l'agenda per qualche settimana arriva spesso accompagnata da un senso di colpa che conosco bene.

 

Per me, però, prendersi una pausa non è mettere in pausa la cura. È riconoscere che l'ascolto ha un costo, che la presenza si consuma e va rigenerata, che tornare a settembre con un'energia nuova è già un modo di prendersi cura dei propri pazienti.

 

Spero che quest'estate riusciate a fermarvi davvero, senza portarvi dietro la stanza. Ve lo auguro da collega, prima ancora che da CEO: buona pausa estiva.

Danila De Stefano
Psicologa, CEO e Founder, Unobravo

 
 

Frontiere

Intervenire sui fenomeni emergenti è possibile, con senso critico e curiosità.

Chi risponde quando lo psicologo è in vacanza?

Durante una pausa, che siano le ferie o semplicemente i giorni tra una seduta e l'altra, il percorso non si sospende del tutto nella mente del paziente. E oggi, in quei vuoti, capita che qualcuno cerchi risposte altrove: in un chatbot, in un'app, in un contenuto trovato online.

 

Una revisione sistematica recente sui grandi modelli linguistici applicati alla salute mentale mostra un potenziale reale in termini di accessibilità, primo orientamento e riduzione dello stigma: rispondono a chiunque, a qualsiasi ora, senza sguardi giudicanti. La stessa revisione, però, segnala limiti che pesano proprio sul piano clinico: contenuti non sempre affidabili o accurati, questioni aperte di privacy, mancanza di valutazioni standardizzate solide e il rischio di over-reliance, un affidamento eccessivo che riguarda tanto i pazienti quanto i professionisti.

Per il clinico diventa importante comprendere quale posto questi strumenti occupano nell’esperienza del paziente.

 

Durante una pausa, un chatbot può funzionare come contenitore provvisorio, come spazio di rassicurazione, come tentativo di dare ordine a pensieri difficili da sostenere da soli. Ma può anche diventare una scorciatoia verso risposte immediate, conferme troppo rapide o indicazioni che non tengono conto della complessità della storia personale.

 

Alla ripresa, questo può diventare materiale clinico prezioso: per esplorare come ha vissuto la separazione, se e come si è attivato, cosa lo ha aiutato e cosa invece lo ha lasciato più confuso, spaventato o solo. La tecnologia diventa parte del contesto in cui oggi molte persone provano a dare senso a ciò che vivono.

 

Anche quando la stanza è chiusa, le domande continuano a muoversi: il lavoro clinico può aiutare a riconoscerle, risignificarle e riportarle dentro una relazione umana e professionale capace di sostenerle.

Fonti:
Guo et al. Large Language Model for Mental Health: A Systematic Review. arXiv, 2024.

 

Impronte

Uno spazio per le storie che meritano di essere raccontate

L'impronta di Giovanna Trussardi e Daniele Bondanese

Ci sono scelte professionali che nascono presto e altre che aspettano il momento giusto per tornare a farsi ascoltare. Nella storia di Giovanna Trussardi e Daniele Bondanese, madre e figlio, questi due tempi si incontrano: entrambi psicologi, entrambi oggi parte della comunità clinica di Unobravo. 

 

Il desiderio di Giovanna era nato presto, ai tempi dell'istituto magistrale, ma era stato messo da parte: aveva iniziato a lavorare come maestra, e il sogno era rimasto in attesa. A quarant'anni ha deciso di riprenderlo. Si è iscritta all'università, si è laureata, si è abilitata e ha intrapreso la libera professione come psicologa. Daniele, invece, coltivava l'idea di diventare psicologo fin dalle scuole medie, e l'ha perseguita con costanza. Le loro strade, partite da punti diversi, si sono ritrovate anche nello stesso luogo di formazione: entrambi hanno frequentato la scuola di specializzazione in psicoterapia cognitivo-comportamentale del CRP di Roma.

 

Daniele ha iniziato a collaborare con Unobravo più di tre anni fa e l’ha suggerito anche alla madre, che intanto portava avanti la sua attività in studio privato. Incuriosita, Giovanna ha deciso di candidarsi: oggi collaborano entrambi con il nostro Centro Clinico.

Abbiamo scelto la loro storia perché racconta due modi diversi di arrivare alla stessa vocazione, e il valore di un percorso che può cominciare a qualsiasi età.

 

Ogni settimana vogliamo dare spazio alle storie e ai progetti a cui psicologhe e psicologi di Unobravo si dedicano con passione. Se vuoi condividere il tuo e proporti per la rubrica, puoi inviarcelo cliccando qui.

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Segnalibro

Un libro alla volta, la biblioteca condivisa della nostra comunità clinica

I fiori hanno sempre ragione, di Roberta Schira

Per l'estate, Silvia Marion, psicoterapeuta ad orientamento Analitico Transazionale in Unobravo dal 2025, ci suggerisce I fiori hanno sempre ragione di Roberta Schira (Garzanti).

 

È la storia di Eleonora, una chef che perde l'olfatto e il gusto, e con essi il modo che aveva di leggere il mondo e di riconoscersi. A guidarla nella ricostruzione sono le ricette e gli insegnamenti della nonna, in un percorso lento fatto di attesa, cadute e ripartenze. Un romanzo di rinascita, di quelli che sanno dare sollievo quando tutto intorno si fa pesante.

 

È una lettura che si accorda con il tempo più disteso dell'estate, e che tocca corde note a chi lavora nella cura: la solitudine che non è soltanto mancanza, il valore dell'attesa, la possibilità di ricominciare ritrovando dentro di sé gli ingredienti giusti senza rinunciare agli altri.

 

Se c’è un libro che ti ha accompagnato, ispirato o aiutato a pensare meglio il tuo lavoro, puoi segnalarcelo con una breve recensione: la condivideremo nei prossimi numeri di Youbravo. 

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Ci ritroviamo martedì 25 agosto, dopo la pausa estiva.

Il team Unobravo

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